Linea di galleggiamento

Commentare gli alti ed i bassi dei Knicks è sempre più difficile. Per chi, come me, segue questi colori dal 1994, sa che nell’ultima decade più di una volta l’espressione “montagne russe” è stata la più appropriata per descrivere le prove dei nostri colori, che si parlasse di Scott Layden, di Don Chaney, di Isiah Thomas o dell’attualità, a nome Donnie Walsh e Mike D’Antoni. I processi li faremo alla fine, ma come puntualmente avviene appunto da due lustri, lo scollinare tra gennaio e febbraio ci vede sempre o fuori dai giochi o in netta difficoltà, ed in particolare i team di D’Antoni hanno storicamente questa flessione di inizio anno solare.

Inutile far finta di ignorare che siamo in linea di galleggiamento per le 42 vittorie stagionali (record attuale 26-25), il che equivale a dire che basta un acciacco di troppo a Stoudemire per finire sotto le 40: questo significherebbe aver messo in cascia solo una decina di vittorie in più degli scorsi due anni, quelli che dovevano essere giocoforza negativi per andare a caccia di LeBron James, quelli fatti di mercenari, di gente non adatta al “Sistema”. Tutte scuse. Dieci vittorie in più? quelle che ti porta la tua – nuova – superstar, più qualche piccola estemporanea soddisfazione come la vittoria casalinga con gli Heat privi di Chris Bosh in una gara d’antan a basso punteggio.

Il record come previsto, è stato riequilibrato dal calendario. La famosa striscia vincente che ci ha portato “così in alto” è stata compensata ed anzi appesantita da sconfitte casalinghe inopinate come contro i Kings (che mai avevano vinto in trasferta) o i Clippers privi di Ben Gordon (3 vittorie fuori dalle mura amiche, reduci da 4 partite in 7 giorni di cui l’ultima la sera prima). Vado a memoria, ma siamo qualcosa come 11-17 negli ultimi due mesi e 5-11 nell’ultimo mese: non il massimo della vita per un team che punta ai playoffs.

A novembre nel videoblog dissi, dopo la striscia di 6 sconfitte che ci diede un record di 3-8, che la stagione era già finita. Il cielo si aprì. Esagerai? beh, io in questo roster e questo allenatore non c’ho mai creduto, il mio pronostico alla vigilia fu tra le 35 e le 40 vittorie. Non pensavo che l’impatto di Amar’e sarebbe stato così dirompente e che Raymond Felton si mettesse a giocare ai livelli dimostrati nella successiva striscia di 13 vittorie su 14 partite, quindi l’asticella delle aspettative si è leggermente alzata. Con quel “stagione finita”  intendevo dire che quelle (non preventivate) sconfitte novembrine le avremmo pagate alla fine, che avrebbero fatto la differenza tra l’andare o meno ai playoffs. Viaggiando come negli ultimi due mesi, i Playoffs sono utopia, CARTA CANTA.

Il problema attuale pare semplicemente quello che ormai le nostre avversarie si sono adeguate a quei due schemi in croce che abbiamo. Come tutte le squadre di D’Antoni, quando le altre cambiano marcia verso l’alto, le sue scalano. Storicamente è così, basta andarsi a cercare queste statistiche in giro per il web.

Dal mio punto di vista, la small ball non paga, al di là dei protagonisti che cambiano. Siamo passati da Duhon a Felton, da Lee a Stat, ma non puoi andare contro la frontline di Lakers ed Orlando con Stoudemire da centro e Wilson Chandler o Shawne Williams da ala grande. Sempre sotto a rimbalzo, il differenzale spesso supera quota VENTI. Nelle vittorie, spesso è risultato determinante Ronny Turiaf (vedi a Portland), segno che anche un comprimario può fare la differenza nei settori nevralgici che ci penalizzano, l’altezza e la stazza appunto. Nello Utah, con la small ball a manetta, tiriamo con il 50% ed il 48% da tre ma riusciamo a perdere. Tanto banale da non spiegarsi come si ci possi incapponire in certe scelte. Ottusità o spocchia?

Segno di grande confusione D’Antoni l’ha mostrato riesumando Timofey Mozgov dalla cuccia in cui giaceva da almeno due mesi. Non stiamo parlando certo di Wilt Chamberlain, ma di un rookie, non americano per giunta: pareva così brutto impiegarlo ogni tanto per un quarto d’ora, in modo da regalargli esperienza? No, ed è stato rigettato nella mischia addirittura da starter.

Sento già i d’antoniani: “eh ma all’inizio giocava, poi si è capito che non era in grado”. In grado di fare che, di grazia? di non dare due panciate all’Howard della situazione dall’alto dei suoi 215 centimetri? oppure di fare peggio di Chandler su Gortat nella sconfitta casalinga con i Suns? ah certo, come il vostro coach preferito risponderebbe, “non è in grado” di metterla da 3, quindi automaticamente è inutile. Benissimo, meglio uno di 2 metri e 100 kg contro uno di 2.20 di 130…

Mozgov, appena richiamato, ha piazzato la partita della vita contro i Pistons, comportandosi poi degnamente in quelle successive. Si vede lontano un miglio che ha lavorato molto in palestra, ora esegue meglio il tagliafuori, ma incappa ancora in qualche errore da rookie che chiaramente limerà solo giocando partite vere. Nessuno si spiega questo ostracismo se non con il solito utopistico credo di D’antoni.

In questo marasma confuso, Stat sta tenendo su la baracca come meglio può, e a Gallinari finalmente è stato chiesto di mettere palla a terra invece che tenerlo in un angolo a sparare da fuori (Walsh ha tuonato “E’ stato preso per essere un’arma totale, non solo per tirare da 3”). Felton invece sta attraversando una fase al tiro molto molto difficile, ma d’altro canto è da ottobre che sta giocando più di 38′ di media. Pure Chandler è in una fase di slump pazzesca, dopo essere stato eroico nella famosa striscia vincente. Le contromosse adottate dagli avversari che hanno fermato il pick-and-roll dell’asse play-pivot gli hanno inevitabilmente chiuso gli spazi. Dal pino Turiaf è sempre acciaccato, spesso è in borghese ed urge un altro lungo, così come servirebbe un playmaker di backup perchè Douglas è troppo incostante. Shawne Williams è il miglior tiratore da  della Lega, percentuali alla mano, ma non puoi di certo metterlo sul Gasol di turno.

I difetti sono gli stessi visti dall’arrivo di D’Antoni: mancanza di meccanismi difensivi, due schemi in attacco (pick-and-roll e “gomito”) e saltati quelli entrate 1vs3 o bomba da otto metri, andare sotto a rimbalzo, farsi tirare in testa dagli avversari… emblematica la prima gara contro i Sixers delle due giocate di fila: visto Williams su Elton Brand, Phila è andata maniacalmente in post con Brand, che ad oggi non salta un foglio di giornale ma se ha un vantaggio di chili sull’avversario, spostastandolo solo camminando. Risultato? parzialone iniziale pazzesco e sconfitta finale. Niente, non siamo neppure stati in grado di metterlo in difficoltà dall’altra parte del campo, costringendolo a qualche fallo per spezzargli il ritmo (cosa che puntualmente contro il nostro Stoudemire fanno). Il primo fallo di Brand è arrivato a 9′ del TERZO QUARTO.

A questo punto è inevitabile guardarsi dietro, perchè Philadelphia e Charlotte, a dispetto di due partenze disastrose (e nel caso dei Bobcats del cambio di coach) si stanno tirando su alla grande, segno come dicevamo all’inizio dei team che a febbraio iniziano a carburare, mentre noi arranchiamo. Da sesti, potremmo prendere Chicago al primo turno e quindi giocarcela. Da settimi/ottavi, lo spauracchio-Miami è lì che ci aspetta, e francamente uno sweep dal team che annovera tra le sue file James e Bosh, beh, preferirei evitarlo.

Molto dipenderà anche dall’arrivo o meno prima della deadline di Carmelo Anthony. Le voci si susseguono giornalmente, inutile dilungarsi in una faccenda che ha mille sfaccettature, di cui la maggior parte oscure al pubblico. La nostra offerta pare sia ferma ad uno scambio a tre, con Minnesota coinvolta, e con la cessione di Chandler, Randolph, il contrattone in scadenza di Curry più eventualmente il contratto di Azubuike (all’80% pagato dall’assicurazione). Denver, per farci alzare la posta, ha parlato di un interessamento dei Lakers, i quali metterebbero sulla bilancia Andrew Bynum ed il suo ginocchio da 40enne.

Con ‘Melo nel motore il sesto posto sarebbe garantito solo con la sua presenza, ma senza illusioni di arrivare più avanti di un secondo turno. Da lì sarebbe il coach a fare la differenza, quindi scordiamoci i sogni di gloria. Già rabbrividisco al pensiero di vedere Stat da 5 e ‘Melo da 4 infrangersi contro le corazzate da quasi trecento chili.

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