Modalità “Win Now”

A due mesi dall’eliminazione al primo turno di Playoffs per mano dei futuri campioni NBA mi ritrovo a scrivere queste righe nel tentativo di riordinare le idee per quel che concerne casa Knicks.

Il nostro motto estivo doveva per una volta essere –  ed è stato – “calma e gesso”, perchè non si costruisce un team vincente dall’oggi al domani se erediti i danni di Zeke Thomas, ti trovi a dover somatizzare The Decision e sopportare Mike D’Antoni.

Inutile fare i catastrofisti per il 4-1 subìto al primo turno. I Bulls di Derrick Rose al gran completo lo scorso anno furono spazzati via da Miami, eppure nessuno parlò di repulisti. Quest’anno i Thunder, anch’essi a ranghi completi, hanno perso con lo stesso punteggio, in Finale. Anche qui – giustamente – non si è urlato al flop o si sono ridimensionati come team. Le grandi squadre, per diventare tali, devono passare attraverso cocenti delusioni e questa eliminazione  può e deve essere la nostra scintilla, senza più scuse o alibi.

Nessuno può infatti sindacare sulle disastrose condizioni in cui ci siamo presentati ai Playoffs – ma che chiaramente non fanno presupporre che al completo avremmo vinto. Senza Jeremy Lin e con Baron Davis (o meglio l’ombra del Barone che fu) out durante la serie, il play titolare è stato Mike Bibby, anche lui non certo quello dei Kings ma neppure lontanamente quello visto negli Hawks. Pure Iman Shumpert ha salutato tutti alla seconda partita e rientrerà a gennaio 2013. Poi il famoso estintore preso a pugni da Stat. Regalare anche solo un mal di pancia agli Heat può risultare fatale, figuriamoci l’assenza di tre quinti dello starting five.

Non casualmente però (…) le critiche sono piovute copiose, su Anthony e soprattutto nel nostro Paese, dove per mancanza di alternative sono giusto un paio quelli che fanno opinione, che poi diventa verbo nel giro di un paio di giorni su forum, blog e social network assortiti. La misura ad un certo punto è stata talmente colma che Federico Buffa – dopo l’ennesima stilettata di Flavio Tranquillo durante una telecronaca – si è sentito in dovere di chiamarsi fuori: “Non vorrei però che qui in Italia passasse un messaggio distorto, di un Anthony perdente,  perchè questo siede al tavolo dei James, dei Bryant e dei Wade”. Eccolo qui di nuovo il peccato originale: essere arrivato nella Grande Mela in cambio di un italiano in una squadra allenata da un certo D’Antoni, licenziato in seguito.

La memoria storica dell’appassionato medio è corta – e la mia è cortissima se non si parla di Knicks -, quindi inutile andare a citare l’era Nuggets pre-Melo e con Melo. Già l’onestà intellettuale di Buffa basterebbe a far tacere questo gioco al massacro, ma andiamo avanti e citiamo pure l’insider Alan Hahn: “da quando Anthony è a New York a livello di post season, sapete qual’è il giocatore che più si avvicinava ad un play in quanto ad efficienza che ha avuto al fianco? Anthony Carter”.

La verità  è che dal 2010 c’è stata una crescita costante a livello di record, di risultati. Tanti sorrideranno, ma basta pensare ai 10 anni precedenti per inquadrare il tutto. Due apparizioni ai Playoffs e finalmente una gara vinta dopo 12 anni. Due record superiori al 50%. Roba che a New York nessuno ricordava.

Il record dei Knicks con in campo Lin, Stat e Melo è 6-1. Poche sette gare per tirare conclusioni, ma mi pare ovvio come il ruolo di play diventi molto importante in ottica di smistare ed incanalare il talento offensivo in nostro possesso (non dimentichiamoci di JR Smith e Steve Novak) e vedere se Amar’e ed Anthony possono convivere.

Il fulcro del discorso è che non conosciamo il vero valore, il limite di questo roster, vuoi perchè nessuno ha provato o ha avuto la possibilità di massimizzarlo, vuoi anche perchè alla fine è comunque nuovo. La prossima sarà la prima vera season dal 2000 in cui il core-group è riconfermato rispetto alla stagione precedente.

Oggi siamo arrivati in un’ottica tecnica e contrattuale che ci consente di provare a vincere in una finestra temporare di 2-3 anni. I contratti di Stat, Melo e Tyson andranno in scadenza nella stagione 2014/2015, diventando materia di scambio già dall’estate del 2014, al più tardi alla deadline del febbraio 2015. Non siamo ingolfati sul lungo periodo come ai tempi di Zeke, e la luxury-tax nel caso è un problema che non tange James Dolan.

Siamo in modalità WIN NOW e per tentare di vincere adesso il primo passo è stato allungare il contratto a coach Mike Woodson, così da dare continuità tecnica al progetto. Che l’ex-head coach degli Hawks non sia il Mourinho dell’NBA, nessun dubbio… ma abbiamo visto con lo Zeman del basket – D’Antoni Mike – che fine abbiamo fatto. Non mi stancherò mai di ripeterlo: voglio un allenatore normale che faccia cose normali, che valorizzi i pregi degli uomini a disposizione e ne nasconda i difetti.

Il nucleo su cui sono stati costruiti i rinnovi e presi i free agent è quello del trio Lin-Anthony-Chandler. Amar’e Stoudamire, che per varie ragioni sarà il vero ago della bilancia, per ora lasciamolo da parte. Ecco ad oggi il nostro roster (per Lin non è ancora stata pareggiata l’offerta di Houston, ma si dà per certa):

C: Tyson Chandler | Marcus Camby
PF: Amar’e Stoudemire
SF: Carmelo Anthony | Steve Novak | Christopher Copeland
SG: JR Smith | James White | Iman Shumpert
PG: Jeremy Lin | Jason Kidd | Pablo Prigioni| Raymond Felton

Sulla carta questa squadra è la più forte dai tempi di quella che raggiunse le Finals nel 1999. Forse gli è pure superiore a talento, ma sicuramente non a cuore e “cattiveria”. Per ora. Le scuse e le chiacchere però stanno a zero se gli Dèi del basket ci preservano in salute. E’ (anche) il compattare un gruppo, confermandolo, che fa crescere la voglia di rivalsa rispetto alle sconfitte subìte. Come lo scorso anno dovevamo giocarci il terzo posto ad Ovest – e “grazie” a D’Antoni per poco neppure andavamo ai Playoffs -, quest’anno l’obiettivo è giocarci la Finale di Conference. In attesa di capire dove si piazzerà Dwight Howard, ho la presunzione di dire che ad Est solo Miami ci è superiore.

L’aggiunta di Kidd, per stessa ammissione di Woodson, è fatta per insegnare a Lin come si conduce una squadra. In attesa del ritorno di Iman e perso Landry Fields dopo la pazza offerta di Toronto (ad oggi i Knicks possono però ancora pareggiare), ecco White, ex-Sassari. Poi il ritorno di Marcus Camby per fare da cambio a Chandler. Parole da libro cuore per il compagno di scorribande in campo aperto di Sprewell e Houston, cercato anche da Miami: “Ad essere onesto sono sempre stato orgoglioso di essere stato un Knick. Ricordo tutte le rivalità e le serie infuocate giocate qui. Come avrei potuto entrare al Garden con la tuta degli Heat?”

Manca ancora un lungo, probabilmente Jared Jeffries. Chiaramente minori gli arrivi di Prigioni e Copeland (alla fine saranno tre i giocatori che hanno militato nell’ultima stagione in Europa più il draftato Papanikolaou, segno che il Grunwald si fida molto dei suoi scout europei). Una volta che Lin e Houston hanno modificato il verbal agreement, i Knicks hanno messo su una sign-and-trade per Raymond Felton, che a questo punto sarà il play titolare. Dubbi sulla sua condizione fisica, ma se “si mette sotto” dopo la “depressione” patita a Portland dove il coach non lo vedeva, ha il tempo per rimettersi in forma per l’inizio del training camp.

Qualche dubbio su JR titolare. La sua carriera NBA parla chiaro: è un sesto uomo, se in giornata dal pino spacca in due le gare, altrimenti lo ri-panchini. Da titolare dipendi di più da lui, e ti viene a mancare l’uomo di punta delle seconde unità.

Il vero problema è però Stoudamire. Al culmine di una stagione giocata malissimo, quasi svogliato, ed il riacutizzarsi di problemi alla schiena, è arrivato prima il pugno all’estintore nella serie contro gli Heat, poi la multa di $50.000 per insulti omofobi via Twitter. Pare che da agosto andrà a scuola da Hakeem Olajuwon. Per contratto – alto e garantito – e rendimento – basso – non ha praticamente mercato, quindi quei tanti milioni investiti su di lui piuttosto che su altri sono il nostro fardello. Si parlava sempre di uno dei primi 10 della pista overall; nell’ultima stagione ha giocato come neppure una delle prime 20 ali forti della Lega. Deve per forza tornare quello visto nel suo primo anno a New York e giocoforza è l’ago che ci farà pendere tra un primo turno ed il sognare traguardi ambiziosi. Tra l’altro non si capisce bene se è un problema fisico o di effort. Se torna ad essere un fattore, allora sarà Woodson a doverlo massimizzare e capire finalmente se le nostre due ali possono convivere.

Vincere oggi, altrimenti nel 2015 si ricomincia. GO NY GO!!!

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