Flessione e recuperi illustri: bentornati Shumpert e Stat!

C’eravamo lasciati con un record di 21-9 e ci risentiamo sul 25-13, sempre in testa all’Atlantic Division e secondi nella Eastern Conference, subito a ridosso di Miami, ma con Indiana, Brooklyn e Chicago che hanno accorciato le distanze. In una logica NBA di 82 partite almeno un momento di flessione tocca a tutti ed ecco dunque questo 7-8 nelle ultime 15 giocate, con in mezzo una striscia di 3 sconfitte consecutive che nell’era Woodson non avevamo ancora visto.

Una delle verità di questa flessione è che gli infortuni non ci abbandonano ormai da troppo tempo. Contro gli Hornets siamo stati costretti a schierare l’undicesimo starting five diverso da inizio stagione, quando dopo la gara contro i Pacers Marcus Camby, diventato titolare, si è di nuovo chiamato fuori causa ricaduta della fascite plantare. Per Rasheed Wallace si parla addirittura di stagione finita, anche se prima della gara londinese ha smentito, ma questo era da mettere in preventivo. Vedere in quintetto alla palla a due Chris Copeland e James White, per di più insieme, fa pensare.

Ribadisco il concetto espresso altre volte: il problema non sono gli infortuni ai quasi quarantenni, che ci stanno, ma quelli agli under 30 che ci hanno tagliato le gambe a più riprese. Scuse? Può darsi, ma carta canta, e la questione degli undici quintetti diversi è sotto gli occhi di tutti. E’ impensabile poter dare una certa continuità ad un progetto, sia offensivo che difensivo, se gli interpreti variano i loro ruoli di continuo, passando da specialista con 10 minuti a referto a titolare da mezz’ora nel giro di pochi giorni e senza tempo materiale per allenarsi nello specifico, visto il fitto calendario NBA.

L’assenza di Raymond Felton si è fatta sentire come da copione (le brutte prove poco prima dell’infortunio non devono trarre in inganno come precedentemente scritto), soprattutto quando Amar’e Stoudemire è rientrato, risultando un corpo avulso nel nostro attacco, oltre a mostrare chiari segni di scarsa forma nelle prime uscite – e non poteva essere altrimenti. Jason Kidd non è in grado di sobbarcarsi così tanti minuti come gli abbiamo chiesto, e a dirla tutta sembrava di essere tornati, con lui e Pablo Prigioni, ai tempi in cui in cabina di regia avevamo Mike Bibby e Baron Davis, o quello che era rimasto di loro.

L’assetto della squadra ne ha risentito parecchio, dal momento che Kidd sarebbe dovuto essere un backup di lusso e non un titolarissimo con tanti minuti giocati. Finchè il tiro da fuori è entrato, si è rivelato un’arma in più sugli scarichi; oggi, semplicemente, dovrebbe essere utilizzato davvero come riserva. Il nostro attacco si è messo a stagnare nel momento in cui Felton si è seduto a bordo campo in borghese perchè è venuto a mancare l’unico play in grado di battere l’uomo dal palleggio e/o concludere personalmente dal pick-and-roll. Per questo la sua presenza sarebbe servita fin da subito per accelerare il processo di reinserimento di Amar’e, perchè oggi gli avversari bloccano il pick-and-roll sapendo benissimo che Kidd non è pericoloso come un tempo. Lo stesso discorso si può applicare alla difesa: qualunque esterno con un minimo di atletismo va via sia all’ex-Maverick, sia a Prigioni.

Fortunatamente è rientrato Iman Shumpert e il 26 gennaio – a Philadephia – dovrebbe toccare proprio a Felton. Alzi la mano chi si aspettava uno Shump già così avanti dal punto di vista atletico. Impressionante in questo senso la sua prima uscita contro i Pistons. Tra l’altro quei due jumper messi dall’angolo fanno ben sperare, nel senso che già nel primo anno da rookie ha sorpreso il suo piazzato (lui, conosciuto per l’atletismo), e durante la riabilitazione ha lavorato molto con lo staff tecnico, il quale aveva notato come il giocatore usasse troppa elevazione finendo per sbilanciarsi in fase di tiro. La sua presenza risulterà altresì importante in difesa, visti i tanti problemi avuti contro gli esterni atletici.

Il viaggio in Inghilterra è capitato a puntino, visto che ha diradato il numero delle gare nella settimana per ovvie questioni di recupero del jet lag, permettendoci sia di recuperare gli infortunati, sia di allenarci verosimilmente sulle contromosse agli aggiustamenti dei rivali ai nostri giochi.

Intanto Carmelo Anthony è salito alla ribalta delle cronache per un paio di cose che con il basket c’entrano fino ad un certo punto. In primis l’alterco avuto sul parquet con Kevin Garnett che però è proseguito negli spogliatoi ed infine nel tunnel dove i bus aspettano le squadre. ‘Melo si è presentato di fronte a quello dei Celtics in attesa di KG, e all’arrivo del contendente sono volate solo parole, da perfetti bulletti finti duri, consapevoli entrambi che le due dozzine di addetti alla security con fisici da running-back erano lì apposta per non farli andare a contatto. All’ex-Siracuse questa pagliacciata è costata una gara di squalifica e probabilmente non solo la sconfitta contro Boston (dal momento in cui questa ridicola contesa è iniziata, pare per qualche parola di troppo sulla moglie LaLa Vasquez, Anthony si è incaponito nelle conclusioni personali) ma pure quella ad Indianapolis dove la gara è stata persa down the stretch, normalmente il suo punto forte.

Al di là di quello che può aver detto Garnett (famoso per essere un fake hustle, colui che tra l’altro ha dato del “malato di tumore in chemioterapia” a Charlie Villanueva, reo di essere glabro, oppure lo stesso che quando incontra Tim Duncan è solito “salutarlo” con “buona festa della mamma”, quella mamma del caraibico deceduta di cancro), semplicemente mi aspetto che il mio leader non abbocchi a qualsivoglia provocazione. Non è la prima volta che qualcuno gli finisce sottopelle facendolo di fatto uscire dalla gara: così a memoria ricordo Kris Humpries durante la scorsa stagione, oppure dopo qualche fischio non gradito. Purtroppo, dopo una decina di stagioni da pro, se non hai già limato questi aspetti, non credo lo farai più.

Arriviamo quindi alla dieta: ‘Melo ha dichiarato, dopo la gara contro New Orleans di aver praticato per 15 giorni un “digiuno spirituale” e di essere a corto di energie. I giornalisti presenti hanno provato ad approfondire, ricevendo soltanto un laconico “it’s a long story, man”. Non voglio addentrarmi nella questione più di tanto anche se resto perplesso che un atleta professionista faccia digiuno a quasi metà della stagione forse più importante della sua carriera – Ramadan a parte, e non è questo il caso -, ma per onestà intellettuale le medie tenute dal giocatore durante il digiuno sono state 32.5 punti, 6.5 rimbalzi, 4.5 assists, 2 perse, e il 56% dal campo, con un record di squadra di 3-3.

Tornando invece a Stoudemire, il problema principale è e resterà la difesa, dal momento che siamo molto meno che all’ABC, e purtroppo non è una questione di non applicarsi. Stuzzicato sull’argomento, ha risposto che mai nessuno gli ha mai insegnato a difendere. Ricordando che ha saltato il college, come allenatore ha avuto in pratica il solo Mike D’Antoni, il che porterebbe a ritenere che tutti i torti il buon Stat non li abbia. Scherzi a parte, gli errori che commette in questa fase del suo gioco sono talmente macroscopici che pure un semplice appassionato come il sottoscritto può notare.

Normalmente gli avversari entrano nell’azione d’attacco con il lungo marcato da Stat che esce per portare il blocco. Amar’e pare sempre nell’incertezza se switchare o meno, anzi la sensazione è che fosse per lui cambierebbe sempre, retaggio forse proprio dei Suns di D’Antoni. Nel dubbio, tira la monetina e va su uno dei due, con buona pace del compagno, il quale deve giocoforza affidarsi pure lui alla sorte. Ne conseguono facili praterie per gli avversari, destinazione ferro o, male che vada, la difesa si è mossa appena entrati nel primo set offensivo, scombinando il piano tattico. Quello che ho appena scritto sembra paradossale – o esagerato – , ma è più facile vederlo che descriverlo.

Non so quanto questo fardello sia sostenibile a livello di Playoffs, così come non credo che un giocatore con un contratto da 100 milioni di dollari possa uscire dal pino come situazione definitiva, ma siamo sempre lì: se dunque mi dai un 18-20 punti con una mezza dozzina di rimbalzi, il gioco di tenerti in campo anche nei momenti decisivi vale la candela, altrimenti si andrà con Melo da 4 e tre esterni puri (oltre a Tyson Chandler naturalmente). Ad onor del vero, in attacco già nella gara contro Detroit si è visto uno Stoudemire già più rapido che non nelle primissime uscite. Come nel caso di Shumpert, l’operazione chirurgica pare non aver lasciato troppi strascichi, toccando ferro.

Ancora una nota a margine per JR Smith, sempre più miglior sesto uomo della Lega. Ad un certo punto ha viaggiato a 20 o più punti ed almeno 5 rimbalzi di media per 5 gare consecutive, striscia più lunga per un “panchinaro” dal lontano 1989 a firma Eddie Johnson.

Al rientro dalla trasferta in Europa il calendario non è proibitivo fino all’inizio di marzo, ma neppure questa prima parte di gennaio doveva esserlo, invece si è rivelato meno scontato del previsto. Giochiamoci gara dopo gara cercando di amalgamare Stat e Shump nel nostro sistema nel modo più rapido ed indolore possibile. GO NY GO!!!

EDIT: per i pigroni, ecco sotto il videoblog…

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1 Commento

  1. Il nodo “Melo da 4″ viene al pettine? « New York Knicks Italia

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