Perchè New York non vince mai?

A cura di @ThatSeven

knicks_bag-734666Chi è tifoso dei Knicks come me da almeno una quindicina d’anni si sarà reso conto di una cosa: a New York non si vince, anzi si perde molto. La patria del basket e di tanti grandi giocatori contemporanei e del passato, non vince un anello NBA dal lontanissimo 1973. Sembra quasi che sopra il Madison Square Garden ci sia una nuvolona nera fantozziana che non ha intenzione di lasciare i blu arancio. Com’è possibile che una squadra storica come i Knickerbockers, con l’appeal della più bella città del mondo, con soldi da spendere fino a sfondare il salary cap senza battere ciglio e con un palcoscenico leggendario non riesca a primeggiare ed anzi, sia sempre ai margini della parte bassa della classifica?

Non è un mistero, se seguite i Knicks con una certa costanza vi sarete resi conto di 5 elementi fondamentali che compongono il motivo per cui questa squadra fa così fatica a vincere. 5 elementi strettamente legati tra loro e forse impossibili da estirpare.

LA CITTA’

Croce e delizia. Si potrebbe pensare che la più bella città del mondo (problems Roma, Parigi, Londra, Buccinasco?) sia un valido motivo per attrarre i migliori free agent della lega, e non dubito sia così -ci torneremo- ma è anche una abominevole culla del peccato. La città che non dorme mai è celebre per i suoi moltissimi locali e per la vita notturna. A New York City non ci si annoia mai. Con le partite che finiscono alle 22 circa, cosa c’è di meglio se non andare in qualche bel localino a spassarsela tutta notte? Chiedete consigli a JR Smith per sapere dove andare.

In molte altre città, esclusi i weekend, c’è molto poco da combinare in un anonimo martedì sera. Qui no. Insomma in una Cleveland o una San Antonio, c’è solo il basket su cui concentrarsi, se è il vostro mestiere.

(certo anche LA e Miami hanno una certa vita spumeggiante al calar del sole, eppure vincono, ma la città è solo uno dei problemi dei Knicks).

DOLAN

Nella NBA, come in qualsiasi campionato sportivo nazionale, ci sono molti presidenti scellerati o mentecatti. Ricconi incapaci e/o inadatti alla gestione di una franchigia di pallacanestro. Il presidente dei Knicks però li batte tutti, si persino quelli razzisti colti sul fatto (in effetti è un miracolo che lui non abbia ANCORA fato una gaffe simile). Il nostro proprietario si chiama James Dolan ed ha rilevato i Knicks (compreso l’MSG -e annesso network-, i Rangers e le Liberty) da papino nel 1994. Forse è solo un caso, ma nel giro di pochi anni, sia Rangers che Knicks hanno iniziato una spirale fallimentare da cui forse non sono ancora usciti. Da primi (una finale persa per i Knicks, una Stanley Cup vinta per i Rangers) a ultimi ed i playoff visti col binocolo per almeno 10 anni -ad eccezione della fantastica cavalcata del 1999 che riportò i Knicks in finale, perdendo ancora.

Entrambe le squadre però guadagnarono un primato: il maggiore salary cap delle due leghe, NBA e NHL. Questo è il modus operandi di Dolan, spendere e spandere senza un criterio, ammassare talento sparso nella speranza che qualcosa di decente si formi. E’ chiaro che non funziona così, ma ci sono delle ragioni dietro alle sue scelte e le esploreremo.

DUNK360-Featured-Image-Template-Dolan--660x400Dolan, ex ubriacone e tossicodipendente, è stato protagonista di alcune sue storiche uscite e i problemi summenzionati, non riescono neanche lontanamente a scusarlo. Come quando sbraitando, licenziò su due piedi una guardia di sicurezza appena assunta perchè non lo aveva riconosciuto, salvo poi riassumerla, o come quando appoggiò l’amichetto Isaiah Thomas nell’accusa di molestie sessuali ai danni di una dipendente di alto livello, fino all’ultimissima -la serie è lunga, facciamo solo qualche esempio- quando ha risposto sgarbatamente ad una mail di un fan deluso e amareggiato, dandogli del beone e chiedendogli di tifare Nets. Se non fosse abbastanza, durante la storica free agency di 5 anni fa, quella di The Decision con Lebron, Dolan era solito accogliere i giocatori da corteggiare con un cesto di frutta e un CD omaggio della sua band, i JD and The Straight Shot, gruppetto che ha aperto il concerto degli Eagles al Garden… che è di sua proprietà. Insomma, un professionista di cui andare fieri.

Purtroppo Dolan non ha alcuna intenzione di vendere la squadra e ce lo dobbiamo sorbire.

LA DIRIGENZA

Questo ci porta alle persone assunte da Dolan nel corso degli anni. Ultimamente ci siamo abituati bene, con gente come Donny Walsh -cacciato malamente mentre stava ricostruendo-, Glen Grunwald -idem-, e ora Phil Jackson -tutto ancora da valutare il suo operato- ma prima siamo passati attraverso due nomi, due simboli della terribile gestione targata Knicks, e che hanno contribuito a farci riconoscere in giro per la lega come delle autentiche barzellette. Scott Layden e Isaiah Thomas.

Sotto Layden i Knicks passarono da quella strana finale 1999 a essere etichettati come “The Worst Franchise in Sports”. L’era Layden verrà ricordata per i contratti faraonici regalati ad ex giocatori, la cessione di Ewing, l’infame scambio McDyess-Camby e scelte al draft di peso come Sweetney o dall’esotica europa, Vranes, Lampe e Weis. Se state dicendo Chi?????, vi rispondo Esatto.

Isaiah Thomas subentrò nel 2003 e sembrò l’inizio di una nuova era, l’arrivo del salvatore. Thomas si portava dietro l’aura del grande giocatore e di buon allenatore a Indiana. A New York però non ne azzeccò una. Da GM diede una nuova definizione al termine “contratto albatros”, quelli impossibili da sbolognare, prendendo giocatori di talento, come Curry, Zach Randolph, Marbury, ma ingestibili insieme in una squadra. Il salary cap della squadra schizzò alle stelle ma i risultati non arrivavano. Quelle formazioni erano un’accozzaglia senza senso di grandi nomi. Persino il campione NBA Larry Brown fallì miseramente e lasciò l’incarico dopo che le sue richieste venivano sistematicamente inascoltate. Tuttavia al draft era infallibile, pescando dal nulla gente come Frye, Lee, Robinson, Ariza. Non All Star, ma ottimi elementi se si pensa che arrivavano dalla 20 in poi.

Come allenatore fu addirittura peggio, protagonista di una rissa in aereo con Marbury, ultimo segnale della sua incapacità nel gestire gli ego di una squadra alla deriva. Tecnicamente invece verrà ricordato per aver disegnato un gioco finale che prevedeva il tiro da 3 sulla sirena di Eddy Curry.
Ma questo era quello che voleva la città, i media, il proprietario. Sensazione, nomi, spettacolo. Non si vince? Ma il palazzo è pieno e i soldi ce li metto io, a te cosa importa?

I GIOCATORI

Tutti vogliono giocare at The Mecca no? Chi non vorrebbe giocare 41 partite l’anno al Garden, girare per strada a New York e godere del pubblico più fedele e preparato d’America? Tutti vogliono giocare a New York. No, in realtà nessuno. Non lo dico io, lo dicono i fatti. Lasciate perdere i titoli sensazionalistici o i rumors che vogliono tal giocatore e tal altro venire a New York. Lebron non è venuto, Grant Hill e Nash ci hanno sempre usato come leverage, Kobe, Rasheed, Wade non sono mai venuti, idem molti altri arrivati a tanto così dal firmare. I nostri All Star erano tutti o acerbi o finti, pompati dal sistema in cui giocavano, fino agli ultimi Stoudemire e Melo. Mai il top assoluto, tolto Melo, ma soprattutto mai presi per la volontà chiara del giocatore dando quindi in cambio nulla.

Iman Shumpert, Amare Stoudemire, Carmelo AnthonyStoudemire è arrivato da noi, per esempio, solo perchè nessuno gli voleva dare 100 milioni con quelle ginocchia, altro che loyalty. Per Melo abbiamo smontato mezza squadra, quando potevamo solo aspettare l’estate.

Ma se non prendi questi giocatoroni subito e con fanfare, chi metti sui cartelloni a Times Square? Se non prendi il JR Smith di turno, o Sexy James, o il nano, i personaggi insomma, in che modo parleranno di te i giornali -soprattutto con un record perdente-? E qui arriviamo al punto finale.

I MEDIA

Ogni giorno i media newyorkesi devono vendere migliaia di copie e come loro siti e blog devono generare click, anche quando non succede nulla. E allora parte la gara alle sparate, fatta di puntare il dito, creare frizioni, quando tutto va male, se invece tutto va bene -mai-, a parlare di titolo, a montare la testa, a sfottere gli altri, a parlare di chi andare a prendere sul mercato -ma se la squadra va bene?!! Vivere costantemente con i media della grande mela è un suicidio. Analizzano ogni mezza frase pronunciata da chiunque, la strumentalizzano, la girano e rigirano. Ogni tiro, ogni azione, ogni time out è trattato come una scena del crimine. Ogni vittoria è un male, ogni sconfitta è un bene, e viceversa.

Facile dire, “Eh ma son professionisti, se ne freghino di cosa dicono”, ma provate voi a concentrarvi con un ape che vi ronza nelle orecchie 24 ore al giorno. Quella palla inizia a pesare e la voglia di sbottare e andarsene aumenta. Un bel clima dove Frank Isola e il New York Post sguazzano.

Quindi riassumendo, cosa serve a New York per vincere? Che queste 5 cose scompaiano. New York deve diventare una città noiosa e morigerata, Dolan deve dimettersi, dobbiamo prendere solo giocatori anonimi ma funzionali al sistema, assumere solo gente di grande caratura morale e professionalità e i media si devono dedicare ad altro, o se proprio vogliono scrivere, devono fare sola cronaca sportiva. Facile no?

Impossibile vincere a New York perciò, d’altronde chi ha mai vinto in queste condizioni? Ah già, gli Yankees, quelli dei 27 titoli, quelli che trionfano sempre, perchè hanno una grande organizzazione, i migliori giocatori del mondo, e si, anche il monte ingaggi più alto della MLB (senza il limite del salary cap, però ndr) ed i media che non gli danno tregua. Eppure ci riescono molto bene, dimostrando che un modo per vincere esiste, anche nella Grande Mela.

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