Linsanity, tre anni dopo

A cura di @ThatSeven

E sono già passati tre anni dalla Linsanity. Come vola il tempo. Ci lasciammo con l’amaro in bocca, con l’infortunio che sembrava non così serio e che lo tenne però fuori per i Playoff (così da non perdere valore di mercato contro la difesa degli Heat, ndr), ci lasciammo con quei 25 milioni offerti da Houston ed il modo non correttissimo con cui Lin stesso, ed il suo agente, gestì la situazione, ci lasciammo dicendo che erano state solo 10 gare fortunate, 30 gare belle ma non troppo, che non sapeva alla fin fine portare palla in un gioco a centrocampo o con troppa pressione addosso.

Tutto vero, probabilmente, ma ci dimenticammo troppo presto di quel fenomenale periodo, la Linsanity. Se uno guardasse il documentario senza saperne nulla, crederebbe che è tutto finto, tutto esagerato, tutto troppo cinematografico. No, non può essere andata DAVVERO così. In due settimane da nessuno a 36 in faccia a Kobe, dal dormire sul divano di Landry Fields al canestro da tre della vittoria contro Toronto, dal probabile terzo taglio in due mesi a play titolare – davanti a Bibby, a Baron Davis rotto e… Toney Douglas, vabbè.

Non può essere, ed invece è andata proprio così. La Linsanity è stata il vero sogno americano che si realizza. Il ragazzo che finalmente ha il suo spazio e dimostra quanto vale, zittendo tanti. Vincendo contro i pregiudizi, la sfortuna, il razzismo: dopo aver vinto il campionato liceale da solo per Palo Alto, nessuno lo voleva al college –basketball-, e dopo un’ottima carriera a Stanford è finito a Golden State e Houston solo perché sono le prime due città per comunità asiatica. Era un venditore di magliette e riempi posti allo stadio. Lin non nasce quella sera contro New Jersey.

Ci vuole comunque talento per sfondare, non è che ti cade addosso così per caso la chiamata. I numeri messi su – in college e liceo non di livello, ok – sono lì da vedere. Ma Lin era uno dei tantissimi, uno che voleva entrare nei 440 circa posti disponibili in NBA. Aveva un sogno, come tutti i ragazzini. E’ andato oltre le tante panchine, i tagli, l’essere la sesta guardia a roster, cambiare città nel giro di tre ore (fenomenale il passaggio in cui lo prendiamo noi, raggiunge la squadra ad Oakland e dice “Neanche sapevo chi fossero i miei compagni, il mio coach, in che modo si giocava”, un quadro perfetto della NBA) e soprattutto il malumore, la rabbia, la depressione, la solitudine. Quando ha iniziato a stare bene – con l’acqua alla gola però – era libero, sereno, giocava con felicità e ha dimostrato chi era, è tornato quello che dominava da ragazzino.

Divertirsi porta ad avere confidenza nei propri mezzi. E’ una cosa che nello sport professionistico spesso si dimentica. Poi ovvio, c’è il duro lavoro e la professionalità, cosa che Lin ha sempre dimostrato, stando al documentario. Lui ringrazia Dio e lì il filmato scade parecchio perché diventa una propagandata, ma dura poco.
E si rivedono molte interviste a Mike D’Antoni che ridacchia come un coglione che è appena inciampato in un pozzo petrolifero nel giardino. Stronzo fortunato. Dio che rabbia.

Comunque, bello, buon docu, e per chiudere, oh… a 2 milioni Lin lo riprenderei. E’ free agent e non ha molto mercato. Come back up point guard ci sta. Idem Galloway, quindi chi parte? Calderon… ah già… depressione.

Per chi lo volesse recuperare http://putlocker.is/watch-linsanity-online-free-putlocker.html

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