Il mio quintetto All-Time

Estate. Passata la lottery. Il draft. La summer league. Che si fa? Niente, si cazzeggia in attesa del training camp, come ad esempio inventandosi un improbabile quintetto All-Time. Perchè improbabile? Perchè All-Time da quando io seguo i Knicks, inutile fare i fenomeni raccontando cose che non si sono vissute. Diciamo che il tutto è iniziato dalla stagione 1993-94, ma fino al 1997-98, quando finalmente ha iniziato a girare qualcosa di più sulle TV italiane e la rete era ancora di nicchia, i nostri occhi non hanno potuto andare oltre al “solito” American Super Basket (Dio lo abbia in gloria, sia chiaro). Quindi il lasso di tempo che ho preso in considerazione va, con qualche licenza, dal 1997 ad oggi. Partiamo.

C- Patrick Ewing. Inevitabile, benchè i ricordi più chiari, televisivi, io li abbia della fase calante della sua carriera, quando iniziava ahimè a diventare un peso per i Knicks (peso perchè in attacco “dovevi” andare da lui in tante, troppe situazioni). Con i se ed i ma si rimane sempre al palo, ma la cavalcata del 1999 non sarebbe forse stata possibile senza il suo infortunio contro i Pacers che diede via libera a Marcus Camby per sparigliare le carte nelle certezze di Indiana. La Finale, però, sarebbe forse stata diversa con la sua presenza contro le torri di San Antonio, quando Larry Johnson e Latrell Sprewell erano rotti ed a referto solo perchè si trattava dell’ultimo atto. Il suo status è innegabile e resta il giocatore più forte, più Franchigia, che abbia visto con la nostra canotta. “Sarò per sempre un Knick, sarò per sempre un newyorkese” al ritiro della sua canotta numero 33. L’highlight che ricordo? Una schiacciata in testa a Mourning, una roba che a vederla oggi non rende l’idea. “Comando sempre io, ragazzo” il messaggio all’altro ex-Hoyas.

PF – Larry Johnson. Lo so, forse avrebbe dovuto esserci Charles Oakley, ma come per Ewing l’ho assaporato a fine esperienza bluarancio (e neanche potevo indicare tutto quel meraviglioso quintetto di metà anni ’90). Quindi vado con The Big L. Meraviglioso giocatore, tecnicamente lo adoravo, e pensare che la schiena ne limitò l’impatto, già notevole in campo e fuori (Jeff Van Gundy lo definisce il miglior uomo spogliatoio mai allenato). Da ala grande esplosiva si reinventò anche tiratore affidabile da fuori, da qui la grande elle che formava con le braccia quando segnava da tre. Quel gesto entrò nella mia vita quotidiana ad ogni occasione buona, quando c’era da festeggiare qualcosa, anche se chiaramente lo capivamo in pochi e gli sguardi degli altri erano di compassione. Nel 2001 il prematuro ritiro, colpa proprio della schiena. L’highlight non può che essere il gioco da quattro punti contro i Pacers, nel 1999, canestro che cambiò partita e serie. Knicks sotto di tre, pochi secondi da giocare, canestro, fallo e “New York by one” del telecronista al tiro libero aggiuntivo realizzato.

SF – Carmelo Anthony. Volente o nolente è il giocatore nel dopo-Ewing con più talento ed impatto sulla Franchigia – anche per demerito di chi ha costruito in maniera scellerata la squadra nella prima decade del nuovo millennio, per carità. E’ ancora qui, e la narrazione è dunque monca. Dal suo arrivo i Knicks sono tornati sopra le 50 vittorie stagionali, ai Playoffs ed a superare un turno in post season. Non accadeva da troppo tempo, e qualche merito lo deve pure avere, soprattutto in quella stagione delle 54 vitttorie in cui ha giocato da legittimo MVP per buona parte dell’annata. Non sarà mai Lebron, ma questa non è una colpa ed il problema è solo ed esclusivamente di chi azzarda il paragone. L’highlight i 62 punti al Garden, spodestando Bernard King come Knickerbocker in grado di segnare tanto in una singola gara, ma soprattutto ridando ad un giocatore dei Knicks lo scettro del miglior realizzatore a The Mecca che apparteneva a Kobe Bryant con 61.

SG – Allan Houston. Il suo arresto-e-tiro era una roba del tipo che lui si arrestava e mentre andava in sospensione il resto del mondo attorno a lui continuava a spostarsi, finendo… lunga. Una roba poetica. Cestisticamente di un’educazione come solo il figlio di un ex coach può essere. Un contrattone spropositato che lo rese virtualmente incedibile (ma forse un atto dovuto, in quel momento) ma soprattutto un infortunio al ginocchio ne chiusero virtualmente la carriera, facendo avanzare dubbi sulla bontà del giocatore, perchè è sempre facile in tutti i campi della vita ragionare con l’oggi, con il ricordo che si ha ancora vivido e non con un minimo di memoria storica. L’highlight ovviamente il canestro a Miami all’ultimo secondo che eliminò gli Heat, gli acerrimi rivali detentori del miglior record ad Est. Quella palla rimbalzò sul ferro un paio di volte, tre se consideriamo la tabella. Eppure quei rimbalzi sembrarono centinaia, migliaia, infiniti, che tu tifassi Knicks o i padroni di casa. Purtroppo nel pomeriggio mi spoilerarono il risultato, ma quando ci fu quel timeout, quella palla quasi persa da Sprewell e la successiva rimessa con sempre meno secondi sul cronometro, pensai mi avessero preso in giro.

PG – Stephon Marbury. Sì. Lui. Punto, vista anche la pletora di luminari che si sono susseguiti nel ruolo nel corso degli anni (sarcarsm mode off). A mio modo di vedere se la gioca con Melo per il più talentuoso del dopo Ewing. Al suo arrivo la storia era apparecchiata per la venuta del Messia, o meglio del figliol prodigo di Coney Island arrivato nella squadra della sua città e per la quale faceva il tifo. Fu la prima mossa di un certo spessore di Isiah Thomas come general manager e dopo gli scempi (non avevamo ancora visto nulla, col senno di poi) di Scott Layden pareva sensatissima. Canotta presa su Ebay il giorno seguente, due taglie più grandi perchè altro non c’era, ci pensò poi la mamma, sarta, a renderla umana. La sua squadra andò ai Playoffs, ma da sfavorita e con Tim Thomas fuori per infortunio venne facilmente raddoppiato e l’uscita al primo turno fu inevitabile. Gli screzi con giornalisti, con Larry Brown (l’uomo che domò Iverson), e con lo stesso Zeke Thomas, lo fecero precipitare rapidamente in disgrazia fino all’inevitabile buyout, arrivato al primo anno dell’era Donnie Walsh/Mike D’Antoni, in cui prima fu messo riserva del nuovo arrivato Duhon e poi indicato come persona non gradita nelle facility del team. Peccato perchè ad un certo punto l’accoppiata con Zach Randolph sulla carta non era da buttare, ma era soprattutto l’ambiente di quel periodo dei Knicks a mandare in vacca qualsiasi cosa (ZBo era diventato l’omino Michelin e se in quei giorni qualcuno fosse tornato indietro dal futuro per raccontarci cosa avrebbe poi fatto ai Grizzlies lo avremmo fatto internare). L’highlight? L’intervista estiva al Rucker in cui guappeggia per la firma di Randolph.

Sesto uomo – Latrell Sprewell. Il giocatore che ho amato di più, da Knickerbocker, e non poteva essere diversamente viste anche quelle trecce e quella mascella troppo simili al “Predator” cinematografico. Ero tentato di inserirlo in quintetto al posto di Houston, ma mettiamolo da sesto uomo come nella sua prima stagione nella Grande Mela. Arriva a New York dopo la lunga squalifica seguita allo strangolamento di PJ Carlesimo, da nemico pubblico diventa il sogno americano, l’uomo a cui viene data una seconda possibilità e non se la lascia sfuggire – ma sentitevi Federico Buffa sull’argomento (l’aneddoto su Iverson e la citazione di Axl Rose sono musica per le mie orecchie). Quella volta con la canotta mi andò peggio, gli acquisti online erano ancora tabù e lo zio di Brooklyn (cit.) del mio vicino sbagliò clamorosamente taglia per difetto. E’ la scintilla che innesca la cavalcata del 1999, un lottatore che non arretra mai di un passo, un vero predatore a campo aperto. In Finale è lui che impedisce lo sweep ai Texani (insieme a Dick Bavetta…) nonostante una microfrattura ad un dito del piede viaggiando a 26 punti di media, con 35 realizzati in gara-5. L’highlight? Qualunque contropiede giocato, condotto, finito.

Menzioni d’onore:

John Starks. L’underdog per eccellenza ed il principale motivo per il quale tifo Knicks: pubblicità Adidas, coro gospel che si chiede dov’è John, lui è ad allenarsi in palestra a slalomeggiare in mezzo a sedie messe sul parquet, si ferma e dice “mi sono perso qualcosa?“. Vabbeh raccontata così trova il tempo che trova, più probabilmente è colpa mia, ma all’epoca rimasi folgorato. Era amore. L’highlight resta The Dunk, in testa a Michael Jordan, anche se datata 1993.

Charles Oakley. Insieme a Starks, Ewing ed il compianto Anthony Mason è i Knicks per come li intendono i tifosi che hanno iniziato a seguire la squadra negli anni ’90. Definirne un hightlight non renderebbe giustizia a quello che buttava sul campo ogni singola sera, e pure… in presason.

Kurt Thomas. Una sorta di Oakley 2.0. Saltava un foglio di giornale, eppure era sempre su tutto quello che rimbalzava nei pressi del canestro, arrangiandosi con la posizione del corpo, con una spinta, un tirata di canotta. Tornato ai Knicks quarantenne ed acciaccato, nella stagione delle 54 vittorie trova il modo di risultare decisivo nello Utah in una vittoria senza mezza squadra che inverte un trend negativo pericolosissimo che rischiava di mandare in malora una stagione intera. Da lì si rompe definitivamente e chiude la carriera. Eroico.

Il coach – Jeff Van Gundy. Da assistente allenatore di Pat Riley promosso head coach nel 1996 alla Finale NBA nel giro di poche stagioni. Ha saputo incanalare il talento di Sprewell ed adattarsi ai roster a disposizione, agli infortuni mai mancati a fine secolo scorso in casa bluarancio. Maniaco dei dettagli, ma questa volta sul serio, non come tutti gli allenatori di qualsiasi servizio a sfondo calcistico di Sky Sport 24, passava le notti insonni a vedersi le VHS dei prossimi avversari tanto da finire più di una volta collassato a bordocampo in un mix di stanchezza, tensione e stress (per questo smetterà di allenare alcuni anni dopo, troppo presto). Soprannominato da noi “il fantasma del film Ghost che vive in metropolitana che dice di non essersi buttato sotto al treno“, uguale. Qui l’highlight non può che essere uno: ennesima sfida Playoffs Knicks-Heat, puntuale rissa in campo, Van Gundy si getta nella mischia attaccandosi alla gamba di Mourning.

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