Melo e il suo ‘prime’ nella gabbia dorata Knicks

Melo instaCon questo articolo inauguriamo una collaborazione con il sito NBAPassion.com

A cura di @ThatSeven

Quella che inizierà tra poco più di un mese per i New York Knicks sarà probabilmente la terza stagione di fila perdente e quindi il terzo anno filato senza play off, almeno stando a quello che dice la maggioranza degli analyst al mondo. Da quella maledetta corsa al titolo del 2012-13, interrotta bruscamente contro i Pacers, sembra passato un secolo e quel gruppo capace di vincere 54 partite è uno sfocato ricordo.

Con la firma di Amare Stoudemire prima, di Tyson Chandler poi e soprattutto con la trade che portò (troppo presto) Carmelo Anthony nella grande mela, i Knicks sembravano usciti definitivamente da quella ineluttabile decade anni 2000 che aveva portato solo guai e sciagure (oltre a figuracce indimenticabili) ed erano da considerare una contender a tutti gli effetti. Bastava aggiustare due viti qua e la. E invece in meno di 2 anni, la parola d’ordine sono diventate: draft, prima scelta, tanking.

E’ cambiato tutto da quella corsa terminata in semifinale di conference. Allenatori sono passati, giocatori si sono ritirati o sono andati ad allenare, altri sono stati ceduti per una prima scelta europea scartata da mezza NBA, il peggior record della franchigia è stato toccato ed è infine arrivato uno dei maestri più vincenti della storia del basket con un suo protetto alla prima esperienza, in panchina. Solo un punto di riferimento è rimasto: Carmelo Anthony.

Stick with him. Rebuild from him. Rifirmare Anthony è costato 129 milioni spalmati in 5 anni, un affare alla luce del nuovo CBA, ma una cifra comunque non indifferente. Soprattutto se si considera quello che i Knicks hanno tirato su da li in poi. 17 vittorie e una seconda stagione che non promette già molto di più. E così due conti si iniziano a farli. Dove andiamo? Cosa succederà nel prossimo futuro? Dubbi legittimi, considerando il futuro della franchigia e il fatto che noi tifosi Knicks, tifiamo la squadra e non il giocatore o i giocatori che, si sa, vanno e vengono, prima o poi. Attenzione, questo non vuole essere un processo a Anthony che per vari motivi può essere criticato, ma per molti altri, non ha colpe.

Prendo spunto da questo articolo apparso su ESPN e dalla discussione sfociata su Instagram tra Melo e un tifoso. A proposito, Melo cambia PR, la stampa newyorkese ci sguazza con alcune tue uscite poco ponderate. Melo è ancora nel suo prime? Può anche essere la domanda più stupida del mondo, come ha risposto il giocatore, ma pone un serio dubbio sul futuro. Quanto può ancora durare? Quanto possiamo realmente permetterci di aspettare? Come posso permettermi che un giocatore nel suo prime e che ha già scollinato i 30, possa perdere altro tempo? Parcheggiato lì, a giocare con Amundson e Lance Thomas in quintetto, a predicare nel deserto.

Ci stiamo giocando Melo. Dopo un buon inizio con 3 anni di fila di post season (prime due uscite a tappeto contro gli Heat, 0-4 e 1-4) sono arrivati degli anni di enorme difficoltà e flessione. Non è tutta colpa sua, non si può dire granché a un giocatore che ha mantenuto i suoi numeri da All Star, è migliorato in difesa, dove rimane carente, e si è sbattuto fino a farsi talvolta male night in and night out. E’ spesso mancato il contorno, oltre a un pizzico di leadership di Anthony. Melo non è Lebron, non ti migliora drasticamente un’intera squadra. Melo è più un Durant, ovvero una macchina offensiva dalle svariate capacità realizzative di cui ti devi servire, aiutare, appoggiare. Dunque il resto lo si deve prendere dal mercato.

La fama di New York, quale posto senza pari in quanto ad attrattiva al mondo, sembra essere ai minimi storici. Nessuno vuole sporcarsi le mani con questo disastro, neanche con Jackson a dirigere i fili. E di sicuro la presenza di Melo non è un appeal così grande.

Siamo a un punto di svolta. Non sono da prendere sul serio le ultime voci di trade (assurde, dato che Melo ha comunque la clausola no trade, quanto quelle che vogliono Kobe e Durant in maglia blu arancio nel 2016), non è credibile ricominciare da zero a New York, coltivando i giovani (non ne rifirmiamo uno da decenni), perdendo ma senza pressioni. E al contempo non è possibile neanche sprecare il prime del miglior attaccante NBA (o top 3 se proprio vogliamo sminuirlo).

A New York il tempo sta scadendo, di nuovo. O si va verso una direzione che sia vincente per società e giocatore, o ci si saluta per il bene di entrambi. D’altronde si sa, a volte se ami davvero una persona, devi saperla lasciare andare.

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