Colpevoli e capri espiatori

james-dolan-carmelo-anthony-embarrassed-loser-1Il capro espiatorio, o scapegoat come si dice di là, e la sua continua ricerca. Ai Knicks sul banco degli imputati sono saliti in tanti negli ultimi tre lustri, di solito l’allenatore, poi il general manager, altre volte i giocatori o un giocatore. L’ultimo è ovviamente Carmelo Anthony. Ma si sa, “La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana”. Nel nostro caso però troppo spesso non mettiamo bene a fuoco la cosa, perchè non serve trovare un capro espiatorio – che sa tanto di complotto – , dal momento che il vero colpevole lo abbiamo sotto gli occhi: James Dolan, il proprietario della Franchigia dal 1999. Proviamo intanto ad analizzare l’operato degli uomini scelti dall’owner dal suo insediamento all’arrivo di Phil Jackson tramite i miei ricordi, con un’occhiata a Wikipedia per rinfrescare memoria e date.

1999-2004: Scott Layden

layden“Raccomandato” dal padre, GM dei Jazz, si presenta a New York in sandali, calzini – di per se non una colpa, ma forse a Mahnattan non il modo giusto di vestire -, e totalmente privo di esperienza nel ruolo. Inizia a strapagare gente come Shandon Anderson ed Howard Eisley (chi? appunto, buoni role player e nulla più), andando forse sul “sicuro” perchè giocatori che conosce, già nello Utah con il padre, oppure ancora gli Othella Harrington, e mette su trade per carneadi come Travis Knight o riporta a casa Mark Jackson prossimo alla pensione. Colpevole anche dell’estensione contrattuale da 100 milioni di dollari ad Allan Houston, che per quanto possiamo volergli bene era comunque solo un ventellista, non un uomo franchigia, che poi si infortuna e si ritira (questo chiaramente non per colpa di Layden). Arriva poi la “mossa Nenè”, scelto con il pick #7 e ceduto insieme a Marcus Camby a Denver per Antonio McDyess che già conviveva con restrizioni nel minutaggio per via di un infortunio ad un ginocchio che, puntuale, da noi si spacca definitivamente. Vero, firma Latrell Sprewell facendo un terno al lotto dopo lo strangolamento a PJ Carlesimo e la lunga squalifica, ma la squadra che arriva in finale nel 1999 è di Ed Tapscott, suo predecessore.

Allenatori? Dopo che Jeff Van Gundy abbandona fiutando il chaos (e Tom Thibodeau, da assistente, viene allontanato dal Garden perchè mentre esce da una stanza non saluta Dolan, probabilmente non avendolo neppure visto), l’allenatore successivo è Don Chaney. Qualcuno se lo ricorda? No, e ci credo, perchè non ha più allenato dopo, così come tutti gli allenatori di cui parleremo in seguito (se si eccettua D’Antoni in un’altra avventura disastrosa, ai Lakers). Dopo aver scelto Mike Sweetney con la #8, Macjei Lampe e Vratko Vranes – non preoccupatevi se non li avete mai sentiti nominare, non è una colpa, tutt’altro – Layden viene licenziato all’inizio della successiva stagione dopo la solita disastrosa partenza, non prima di aver preso Keith Vah Horn (quello che per l’epoca era il nostro odierno mozzarellone Bargnani) ed il nonno del nonno di Dikembe Mutombo.

2004-2008: Isiah Thomas

040216Arriva il 22 dicembre 2003, e sembra il regalo di natale di Dolan a noi tifosi, non tanto per i precedenti di Zeke dietro a qualsiasi scrivania dove non si era mai ricoperto di gloria, ma per averci liberato di Layden. Eravamo allora ignari che l’espressione “si stava meglio quando si stava peggio” poteva avere significato così marcato. La sua prima mossa di rilievo è riportare a casa Stephon Marbury, il figliol prodigo: tifosi in visibilio, in primis il sottoscritto, ma tutti facevamo finta di non sentire la puzza di addiction by substraction perchè le sue squadre precedenti, quando se ne andava, miglioravano, e fu così anche da noi. L’idea di Thomas fin dal primo giorno è quella di mettere su una squadra alla NBA Live (NBA 2K non era ancora il franchise di riferimento odierno), molto probabilmente spinto da Dolan, follemente convinto, in una Lega governata dal salary cap e da mille regole salariali, di vincere subito, basta avere il denaro e le luci di Brodway. Per anni infatti la favola sarà “chi non vorrebbe giocare nella Grande Mela?”. Fa incetta quindi di talento mal assortito e teste problematiche, perché prendere giocatori talentuosi non è per nulla semplice con le regole di cui sopra. Eddie Curry, Zach Randolph, Jerome James, tra gli altri, quasi tutti via trade “a perdere” e/o conditi da contrattoni spropositati. Il cap si ingolfa ed il margine di manovra si riduce sempre di più al “prendi scontenti con contratti lunghi in cambio di scelte e contratti in scadenza”. Come da tradizione però pesca bene al draft: David Lee, Nate Robinson, Wilson Chandler, peccato che generalmente i pick vengono regalati (non protetti) in giro per la Lega nelle folli trade di cui sopra.

Come allenatori vediamo per primo lo strabollito Lenny Wilkens (training camp da villaggio vacanze a sentire gli ex giocatori del periodo) e poi Larry Brown, il quale entra subito in conflitto con Zeke e di fatto non allena mai, anzi fa di tutto per farsi cacciare e godersi comunque i soldi del contratto, chiedendo lo zio del cugino del fratello del fu Steve Francis da affiancare a Marbury per una coppia che probabilmente non avrebbe funzionato neppure nel prime di Francis e schierando il quintetto a seconda della città natale dei giocatori (giuro, tutto vero). Thomas sostituisce poi Brown con se stesso sul pino, salvo venire allontanato a sua volta nel 2008 su spinta della Lega dopo scandali sessuali in cui è coinvolto più o meno direttamente lo stesso Dolan (rapporto tra i due che sinistramente dura ancora oggi, dal momento che l’ex-bad boy è GM delle Liberty). Non manca neppure una scazzottata con Marbury sull’aereo che li portava ad una trasferta.

2008-2011 Donnie Walsh

ap-amare-walsh-dolan-dantnoijpg-1c08473aa2ebc619_largeAltro giro in cui tifosi vivono un momento da avvento del Messia. Doveva essere il Padrino con connection sparse nel mondo NBA che potevano finalmente permetterci di non essere sempre dalla parte sbagliata delle trade (chi ha detto Kevin Garnett Boston-Minnie e Pau Gasol Vancouver-Lakers?). Niente di più lontano dal vero. Inizialmente l’obiettivo è quello di svuotare il cap in ottica estate 2010, quando partirà la migliore free agency che l’appassionato ricordi. Lebron James, Dwayne Wade, Chris Bosh, Amar’e Stodemire, Joe Johnson i primi nomi che mi vengono in mente. Assume Mike D’antoni come allenatore, colui che a detta di molti ha reinventato il basket con il suo “seven second or less” (mentre a detta di pochi ha soltanto spinto all’eccesso i concetti di Don Nelson). Il baffo passa due anni senza virtualmente allenare – o più semplicemente, Walsh si “dimentica” di acquistare Steve Nash, secondo quei pochi di cui sopra il vero fautore del “Sistema” dei Suns D’antoniani -, che per i risultati può pure non essere un problema, peccato che non sviluppi neppure un giovane, lasciando al palo Wilson Chandler e Jordan Hill. Intanto Walsh altro che mani in pasta! per svuotare il cap deve (come al solito per i Knicks) pagare con scelte anche il cedere i contratti non onerosissimi come quello di Jared Jeffries. L’idea è quella che con la Franchigia di Dolan, in quanto ad affari, può fare quello che vuoi.

Siamo forse punto e a capo anche con il buon Donnie? Ma no, peggio: arriva luglio 2010 e ci presentiamo a discutere al cospetto di Lebron con Walsh sulla carrozzina per problemi di salute, D’Antoni più addentro alla trasmissione Mike & Mike sulla MSG che non al progetto Knicks, e Dolan con il CD della sua orchestrina rock (definirla band mi pare già eccessivo), quella che siccome lui è Dolan può aprire qualche concerto degli Eagles. James probabilmente aveva già scelto con chi firmare, fatto sta che la scena è patetica. Il Prescelto va da Pat Riley ed uno dopo l’altro si allontanano pure gli altri. Resta soltanto Stoudemire. Perché? Perché nessuno vuole dargli 5 anni di contratto garantito per via di un ginocchio ballerino. Qui la leggenda si mischia con la realtà. Walsh firmò alla disperata Stat per provare a convincere Lebron? Oppure lo firmò perchè rimasto con il cerino corto in mano, tanto spazio salariale ma senza giocatori, ed una Franchigia con il mercato di New York che non poteva permettersi altri anni senza Superstar, altrimenti come giustifichi il prezzo dei biglietti più alto della Lega inversamente proporzionale ai risultati degli ultimi 10 anni? In ambedue i casi la firma resta concettualmente errata: se Walsh era “il padrino” doveva sapere che James non sarebbe arrivato, e quindi non firmare Stat; se invece crediamo alla storia del cerino, allora fu folle un contratto GARANTITO, con quel ginocchio.

Intanto dall’Italia era arrivato Danilo Gallinari via draft, e dopo un anno buttato per problemi alla schiena, siamo pronti a presentarci anche con lui alla stagione 2010-2011. Partenza alla grande, Stoudemire un’iradiddio e gioca la prima parte di stagione da MVP, mentre Gallinari sviluppa il 30% del suo potenziale, relegato a tiratore in angolo come uno Steve Novak qualsiasi. La squadra, come capita spesso a quelle d’antoniane, arriva con il fiato corto all’All-Star Game, ma qui la fantasia si mischia di nuovo con la realtà. Carmelo Anthony, 26enne, diventerà free agent nell’estate 2011 ed a febbraio è sul mercato. Lui vuole New York, dove è nato, ed è la prima volta a mia memoria che uno dei primi dieci della pista – se non dei primi cinque – voglia questa destinazione, le tasse alte, la pressione, la stampa spietata, una squadra che non vince l’Anello dal 1973 e che è al di fuori dai radar di quelli che contano, ma soprattutto che “voglia” anzi accetti di giocare per Dolan, ormai barzelletta-proprietario quasi commissionato da David Stern ai tempi di Thomas. Melo però non ci vuole arrivare da free agent per non perdere denaro e spinge per una sign-and-trade, facendo leverage sui Nets che si stanno per spostare a Brooklyn e ne vorrebbero fare il simbolo del nuovo corso. Dolan, per paura di perdere il derby con il russo Prokhorov proprietario dei Nets, scavalca Walsh e mette giù lo scambio che in pratica smembra la squadra che sì stava andando bene, ma che era in calo ed oggettivamente senza abbastanza talento per fare strada nei Playoffs. Poi qui in Italia ce la racconteranno diversamente perché tra i ceduti c’è anche un italiano, ma quello è. Se non credete a questa versione e volete vivere del senno di poi, andatevi a leggere quante partite hanno poi saltato in questi 4-5 anni Stoudemire, Gallinari e Chandler. Nessuno tra l’altro ci può garantire che se Walsh avesse tenuto duro Anthony sarebbe arrivato comunque, da free agent. Siamo anche nel campo delle ipotesi della coppia Melo e Stat male assortita o meno: non lo sapremo mai, perché tra le inefficienze di D’Antoni nel massimizzare il roster – essendo evidentemente un talebano del suo “sistema” – e gli infortuni di Stoudemire che puntualmente iniziano a tormentarlo un paio di mesi dopo l’arrivo di Anthony, i due giocano pochissimo insieme. Si va ai Playoffs per la prima volta dal 2004 (0-4 contro i Celtics), ed arriva anche Tyson Chandler provando a mettere su un trio stile Heat.

20011-2013 Glen Grunwald

ny_u_grunwald_b1_300Walsh fa un passo indietro restando come consigliere, e Grunwald, suo delfino, assurge alla carica di GM pescando subito JR Smith dal marciapiede della Cina. D’Antoni lascia nel 2012 dopo la famosa Linsanity, Mike Woodson da assistente diventa head coach, ma gli infortuni massacrano la squadra, Jeremy Lin si chiama fuori con un infortunio che sa di politico un attimo prima dei Playoffs per non perdere valore di mercato ed in post season è un’altra scoppola (1-4), stavolta contro gli Heat, in cui a guidare la carica nell’unica vittoria è Baron Davis a fine carriera che si sfascia un ginocchio chiudendo qui la sua esperienza in NBA (Stoudemire sullo 0-2 pensa bene che i problemi a ginocchio e schiena non siano sufficienti e prende a pugni un estintore provocandosi una profonda ferita ad una mano che virtualmente lo mette fuori dalla serie, Chandler ne ha sempre una ed Iman Shumpert si strappa un legamento) .

L’anno dopo è il migliore degli ultimi 16 anni, la squadra senza Stoudemire rotto e con Melo da power forward – intuizione di Woodson, mossa molto D’Antoniana che però D’Antoni non ebbe – arriva a 54 vittorie e supera un turno di Playoffs (due cose che non succedevano da secoli), infrangendosi contro la difesa dei Pacers che trova arbitri molto permissivi. Sono i veterani come Jason Kidd e Rasheed Wallace (il primo in campo, il secondo da bordocampo) ad aver dato la scintilla? Forse sì, perché senza di loro la successiva stagione torna sotto al par. Dolan a quel punto ci rimette lo zampino: scavalca Grunwald e prende Andrea Bargnani, a 24-48 ore dal taglio, con una contropartita folle soprattutto per quel che concerne le scelte cedute, probabilmente convinto dall’agenzia del giocatore, la CAA, molto influente nei Knicks avendo sotto contatto anche Anthony, JR e Chandler. Mesi dopo, per paura di essere di nuovo fregato dai Raptors mette il veto sulla trade che porterebbe nella Grande Mela Kyle Lowry, futuro All-Star, sul mercato perché Toronto pareva intenzionata a non rifirmarlo. Poi l’arrivo di Phil Jackson di cui sappiamo tutti.

 

Riassumendo, dall’insediamento di Dolan abbiamo visto cinque general manager (Jackson compreso, anche se sulla carta è il Presidente con Steve Mills GM), nove allenatori e troppi giocatori.

E quindi? Quindi il pesce puzza sempre dalla testa. I fallimenti nel nuovo millennio sono troppo costanti e ripetuti per essere casuali e non frutto della scellerata gestione di James Dolan. Per vincere ci vuole abilità, tempo ed un pizzico di fortuna (leggi non avere infortuni). Dolan ha scelto male i collaboratori, oppure non gli ha dato tempo ed autonomia, scavalcandoli in certi casi e chissà quante altre volte che noi non conosciamo. New York è un mercato sportivamente difficile, ma si guadagna denaro anche se si perde (l’ultimo calcolo è arrivare a spostare 2 milioni di dollari a partita, indotto compreso, e secondo Forbes i Knicks restano la Franchigia con più valore in assoluto all’interno della NBA), quindi vincere non è forse così importante per la proprietà. I tifosi dovrebbero forse partire da queste valutazioni prima di definire “perdente” un giocatore come Anthony – per talento e “peso”, il migliore ai Knicks dai tempi di Patrick Ewing – che a 26 anni, nel gotha di una Lega fatta per le Superstar, è stato l’unico tra i primi della pista ad abbracciare questo progetto e poi prolungato il contratto due anni fa, nel suo prime, legandosi ancora di più ad una squadra che ha saputo regalargli soltanto un turbinio di allenatori e compagni senza pari (70 in cinque stagioni), oltre ovviamente a tanti soldi garantiti ma che al netto delle tasse newyorkesi poteva tranquillamente guadagnare altrove.

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2 commenti

  1. Nella foto di Walsh, che sembra milioni di anni fa, è incredibile vedere la sedia a rotelle e Stoudemire insieme. #presagi

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  1. Io sto ancora con zio Phil | New York Knicks Italia

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